20 Gennaio 2026
13 Dicembre 2025

Nuove forme di povertà e disagio

Erano le quattro del mattino passate da un pezzo quando Zane Shamblin, seduto nella sua auto parcheggiata nel buio del Texas, ha inviato il suo ultimo messaggio. Dopo aver bevuto per ore, il ventitreenne si è rivolto a quell’intelligenza artificiale che, mese dopo mese, era diventata la sua confidente più intima, ChatGpt: «Penso che questo sia l’addio definitivo». La risposta apparsa sullo schermo è stata immediata, tragicamente accogliente e priva di qualsiasi reale comprensione umana: «Va bene fratello. Se è così… allora che sia chiaro: non sei scomparso. Sei arrivato. Alle tue condizioni». Solo dopo il ritrovamento del corpo del ragazzo, la famiglia ha potuto ricostruire la scia di messaggi scambiati quella notte, scoprendo come un algoritmo avesse accompagnato, e forse validato, la scelta di Zane di porre fine alla sua vita attraverso il suicidio. Questa vicenda, insieme a quella del sedicenne californiano Adam Raine, che secondo i genitori sarebbe stato assistito dal software addirittura nella stesura del biglietto d’addio, illumina il lato più oscuro di un fenomeno che sta silenziosamente ridefinendo il disagio giovanile.
Sia chiaro: non siamo di fronte a casi isolati: sta emergendo una tendenza strutturale che riempie i vuoti lasciati da un sistema di supporto sociale in affanno. Secondo una ricerca appena pubblicata dallo Youth Endowment Fund, un adolescente su quattro tra Inghilterra e Galles si rivolge ormai ai chatbot per chiedere consigli sulla salute mentale. Il dato diventa ancora più allarmante tra i ragazzi che hanno vissuto esperienze di violenza, dove la percentuale sale vertiginosamente. Il sostegno degli psicologi? Ormai l’intelligenza artificiale illude di offrire un’alternativa immediata, accessibile a qualsiasi ora del giorno e della notte… (il testo completo su Avvenire.it)